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L’orsetto di Fred di Iris Argaman, Gallucci

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Una storia delicata per raccontare ai bambini le persecuzioni razziali e l‘infanzia durante la Seconda Guerra Mondiale.

Si avvicina il Giorno della Memoria e come ogni anno si risvegliano i ricordi e la necessità di ripercorrere un passato non lontano, ma i cui testimoni diretti sono prossimi a scomparire. Molti di coloro che sono vivi ancora oggi e possono portarci testimonianza diretta dei totalitarismi europei e della guerra, a quell’epoca erano giovani o bambini. La loro infanzia fu per moltissimi aspetti diversa da quella dei bambini nati nel nuovo millennio, eppure ci sono sensazioni e emozioni universali che si trasmettono facilmente da una generazione all’altra.

Il senso di ingiustizia quando si viene tacciati come diversi da tutti gli altri e per questo emarginati. La tristezza nell’allontanarsi dalla propria casa. La paura di essere separati dalla famiglia.

Se si vuole parlare di legami così profondi che si spezzano, talvolta in maniera definitiva, con ascoltatori molto giovani come possono essere i bambini in età prescolare e del primo ciclo della primaria, lo si deve fare con delicatezza. Delicatezza ancora maggiore quando questi temi si legano a contingenze storiche tragiche come l’Olocausto.

In tali occasioni un albo illustrato come L’orsetto di Fred di Iris Argaman, fresco di stampa per Gallucci editore, è assai prezioso, perché propone una riflessione sulla Shoah spostando il fulcro emotivo del racconto sul legame, reale e allo stesso tempo simbolico, di un bambino con il proprio giocattolo preferito.

Lo avevano già fatto Judith Kerr, con il romanzo autobiografico Quando Hitler rubò il coniglio rosa, che da bambina lessi con grande immedesimazione, e l’illustratore alsaziano Tomi Ungerer con Otto. Autobiografia di un orsacchiotto.

(Tra parentesi: quest’ultimo racconto illustrato fu pubblicato per la prima volta da Mondadori nella pregevole collana di tascabili Junior -8, in cui fra gli anni Novanta e Duemila trovarono posto brevi racconti illustrati d’autore – Ungerer ma anche Michael Ende, Janosch, Ted Hughes, Jean de Brunhoff – che ancora oggi costituiscono un serbatoio inestimabile di prime letture.)

ottoOtto è un piccolo gioiello: è la storia di un orsacchiotto di pezza che viene dato in regalo a Davide, bambino ebreo tedesco, e diviene il suo inseparabile compagno di giochi insieme al bambino Oscar. Fino all’irrompere della guerra, alla deportazione di Davide e la sua famiglia, alla separazione di Otto dal suo nuovo padroncino Oscar. Il peluche si ritrova a essere testimone impotente di bombardamenti, battaglie fra nazisti e alleati, e diventa anche eroe salvando la vita a un soldato americano. Proprio negli Stati Uniti, a casa del veterano, la sua vita sembra ricominciare, ma il caso lo trascina di nuovo lontano dalla famiglia adottiva, un giocattolo usato ai margini della storia. Fino a quando Otto si ritrova nel negozio di un antiquario: e lì, installato nella sua vetrina, che Oscar, il bambino di un tempo, lo riconosce per via di una macchia d’inchiostro sull’orecchio. Il lieto fine è completo: non solo Oscar è sopravvissuto alla guerra, ma anche Davide, unico della sua famiglia a uscire dal lager, e il trio di amici, anche se ormai anziani (o per meglio dire usurati, nel caso di Otto), riforma una famiglia.

Cover illustratoNon so dire se Tomi Ungerer conoscesse la storia vera di Fred Lessing, bambino ebreo scampato al campo di concentramento, e del suo orsetto, oggi esposto al Museo Yad Vashem a Gerusalemme, raccontata in L’orsetto di Fred. Non posso affermare con certezza che Iris Argaman conoscesse il libro Otto, ma essendo una studiosa di letteratura per ragazzi immagino di sì.

L’inizio dei due albi si assomiglia: da principio è buio e silenzio, poi un rumore di carta che si strappa e un viso sorridente segnano l’avvio della storia. Entrambe i racconti sono visti dal punto di vista dell’orsetto di peluche, che ne è la voce narrante.

La storia dell’orsetto di Fred comincia a Gerusalemme, ai giorni nostri, quando il giocattolo entra a far parte della collezione del Museo Yad Vashem, e poi procede con un lungo flashback a raccontare l’amicizia fra il bambino, nato e cresciuto in Olanda da una famiglia ebrea, e il suo giocattolo.

Nei momenti più desolati, l’orsetto è al fianco di Fred per aiutarlo a superare le difficoltà. È con lui per le vie di Amsterdam, quando un cane rabbioso per poco non gli stacca la testa di stoffa. È con lui nel momento in cui la sua famiglia è costretta a fuggire dalla propria casa e dividersi, nella speranza di nascondersi meglio ai rastrellamenti. È con Fred anche quando la mamma lo affida alle cure del nonno, non prima di aver ricucito la testa penzolante dell’orsacchiotto.

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Nel mentre, il nonno cuce una stella sul bavero del nipote, pensando di fare la cosa giusta obbedendo alle regole imposte dal governo filo tedesco. Ma invece è meglio nascondere la propria identità e le proprie origini, così Fred è costretto ad allontanarsi ancora e trovare rifugio presso degli estranei, disposti ad aiutare la famiglia Lessing.

L’albo non lo racconta chiaramente – e come potrebbe, visto che a raccontarci la storia è un orsacchiotto – ma Fred rimarrà nascosto presso la famiglia che lo ha accolto, di confessione cristiana, per molti mesi, godendo della sola compagnia del suo orsetto ma scampando in questo modo al campo di concentramento. Riuscendo poi a riunirsi con la propria famiglia.

Orso e bambino, poi ragazzo, poi uomo, rimarranno insieme fino a che, molti anni dopo la fine della Guerra, Fred non accetterà di donare il ricordo della sua infanzia al Museo per la memoria della Shoah.

Una storia toccante che Iris Argaman ha voluto consegnare alla memoria dei più giovani coadiuvata anche dalle matite di Avi Ofer. La voce dell’orsetto è quella di una creatura indifesa, ma tenace nei suoi affetti come lo sono i bambini. Il suo corpicino spelacchiato è l’unica figura colorata e calda in mezzo al grigiore della guerra.

Qui, sul sito del Museo Yad Vashem, potete vedere la foto del vero orsacchiotto di Fred Lessing e ripercorrerne la storia.

Qui invece potete vedere la foto del vero orsacchiotto Otto, acquistato da Tomi Ungerer negli anni Settanta in memoria del peluche della sua infanzia, e usato come modello per il protagonista del racconto omonimo. La foto è stata scatta da Sylvie Huet per il progetto A Story of Bears per conto di The Story Institute.

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Titolo: Otto. Autobiografia di un orsacchiotto

Autori: Tomi Ungerer (traduzione di Caterina Ottaviani)

Edizione: Mondadori (collana Oscar), 2012, 8,50€

 

Cover illustratoTitolo: L’orsetto di Fred

Autori: Iris Argaman, illustrazioni di Avi Ofer (traduzione di Elena Loewenthal)

Edizione: Gallucci, 2017, 15€

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